Il testimone consapevole

E’ pressoché impossibile dunque scoprire le origini del proprio malessere da soli, per molti motivi considerati nella precedente sezione: l’inevitabile idealizzazione per lo stato di dipendenza, l’impossibilità di operare confronti e di avere unità di misura, la necessità di evitare angosce troppo grandi per la fragile psiche di un bambino, i sensi di colpa che servirono per evitare la dolorosa impotenza.  Il passaggio verso una nuova consapevolezza, dall’infanzia felice all’infanzia ferita, necessita dell’accompagnamento di una persona speciale, il testimone consapevole.

Per la Miller si tratta di qualcuno che stia veramente e totalmente dalla parte del bambino, che non sottovaluti, non minimizzi, che riconosca la verità per intero senza sconti, senza remore, che non si spaventi se questa verità è dolorosa ed è accompagnata da vissuti di rabbia.

Solo una presa di posizione radicale ed autentica potrebbe aiutare la persona ad entrare in contatto, all’inizio solo confusamente nonostante questa piena empatia, con i propri sentimenti di dolore, paura, rabbia, delusione, repressi nel corpo da decenni. E nonostante questa piena empatia all’inizio sarà una consapevolezza ancora molto confusa, parziale, nebulosa. Il testimone consapevole è capace di riconoscere quando il bambino è stato usato dai genitori (si veda “cosa si intende per abuso” per una comprensione più esauriente), di esprimere senza esitazione la conseguente, sincera indignazione, veicolata anche con il linguaggio non verbale, con l’appropriato tono di voce e la necessaria enfasi, perché le parole non risuonino vuote e non producano l’ennesima scissione tra mente ed emozioni, quasi abbia paura o non ne sia convinto nemmeno lui.

L’empatia non può conoscere mezze misure: per questo il terapeuta dovrebbe scegliere con chi schierarsi, quale punto di vista assumere senza troppe teorie; quando eravamo bambini ci interessava sapere infatti solo se eravamo buoni o cattivi, amabili o indegni di ricevere affetto, se eravamo giusti o sbagliati, se potevamo esprimerci o meno. Oltre a dover credere che i genitori avessero sempre ragione, non potevamo sapere cosa fosse successo prima della nostra nascita, quale infanzia travagliata avessero avuto a loro volta i nostri genitori, dunque a quali loro bisogni ci avevano affidato il gravoso compito di soddisfare, in quale società fossero cresciuti, quale storia, guerra e distruzione le precedenti generazioni avessero a loro volta conosciuto.

A una precisa domanda circa l’opportunità e l’aiuto dal cercare di comprendere i motivi del comportamento negativo dei genitori, così risponde la Miller: “Penso che sia vero piuttosto il contrario. Da bambini abbiamo tutti cercato di capire i nostri genitori, e poi continuiamo a farlo per tutta la vita. Purtroppo è proprio questa compassione nei confronti dei genitori a impedirci molte volte di prendere coscienza della nostra sofferenza[1].

Gli psicologi al contrario hanno in genere a disposizione molte teorie per comprendere i genitori e i loro comportamenti sbagliati, possono ad esempio individuare tratti di personalità disturbati, o ricorrere a spiegazioni sistemiche anche molto complesse. Tutto giusto, ma in gran parte inutile, perlomeno molto rischioso, persino dannoso. Oppure – e anche su questo aspetto la Miller ha molto contestato l’impianto psicoanalitico – possono attribuire al bambino un eccesso di fantasie, di desideri incestuosi, di istinti pericolosi da domare, di avidi bisogni da ridimensionare, di pulsioni da addomesticare. In questa colpevolizzazione del bambino la Miller scorge una proiezione del senso di colpa degli adulti, un procedimento che trova appunto conferma prima o poi nell’analista, che istintivamente prende le parti dei genitori e li difende dalle accuse del paziente (per un approfondimento si consideri la sezione “ rapporto con la psicoanalisi”).

Ancora peggiori sono le prediche sul “dovete dimenticare”, sul perdono, la meditazione e i “pensieri positivi”, sull’invito a crescere, a smettere di pensarsi come una vittima; l’infanzia è qualcosa che ormai appartiene al passato, si dovrebbe voltare pagina e fermare questa agonia. Spesso i terapeuti dicono a paziente di non dare la colpa ad altri, altrimenti il risentimento lo ucciderà, invitandolo a perdonare, dimenticare, e vivere nel presente, altrimenti si trasformerà in un “paziente borderline”, qualsiasi cosa significhi. Queste indicazioni lo renderanno di nuovo insicuro, poiché proprio lo sforzo di vedere e sopravvalutare di molto i lati buoni dei genitori e della propria storia lo ha indotto a rimuovere la propria verità, a negare le percezioni e i sentimenti del proprio vero sé. In realtà queste indicazioni sono difese messe in atto dai terapeuti per non essere andati fino in fondo nel profondo di loro stessi, oppure per avere ricevuto in sorte un’infanzia relativamente più fortunata, che impedisce loro una piena empatia: “conosco fin troppo bene le tante varianti della paura che i terapeuti hanno di ferire i genitori qualora osino guardare senza veli lo stato di bisogno che hanno conosciuto da piccoli: di qui deriva l’ostacolo a sostenere efficacemente il paziente che quello stesso bisogno va scoprendo”[2].

[1] Miller A., 2009, Riprendersi la vita. I traumi infantili e l’origine del male, Bollati Boringhieri Editore, p.89.

[2] Miller A., 2005, La rivolta del corpo. Come superare i danni di un’educazione violenta, Raffaello Cortina Editore, p.113