Le radici dell’autostima

“Dovresti amare te stesso”, “bisogna imparare a rispettarsi, a essere consapevoli e dare valore alle pro­prie qualità, a volersi bene, ad apprezzarsi, a fare questo e quello”.

Terapeuti che diano tali consigli mettono in difficoltà le persone che si affidano a loro, dato che sono impossibili da seguire se non per brevi, temporanei periodi, per giunta accompagnati da grande sforzo. Addirittura, chi li riceve potrà accusarsi in un secondo tempo di non riuscire a volersi bene nonostante l’impegno profuso. Le raccomandazioni pedagogiche non servono, poiché chi non riesce a darsi valore, a ri­spettarsi, a dare libero corso alla propria creatività non agisce così volontariamente: i suoi blocchi sono l’esito di una storia che deve imparare a conoscere con la maggior precisione possibile a livello emotivo, per ca­pire il motivo per cui è diventato la persona che oggi egli è. Nel momento in cui l’avrà compreso, poiché l’ha vissuto anche emotivamente, non avrà più bisogno di consigli di sorta.

La mancanza di amore e di fiducia per sé può essere dunque interpretato all’inizio come il segnale, la prova di una mancanza di consapevolezza, della necessità di comprendere le ferite della propria storia, nascoste dall’idealizzazione che un tempo è stata necessaria per sopravvivere psichicamente, ma che ora rischia fortemente di limitare le potenzialità vitali che si avrebbero a disposizione.  

Occorre iniziare a prendere le parti del bambino usato che siamo stati un tempo. “Questo è il momento in cui si comincia ad amare quel bambino, ma questo amore non può mai arrivare senza la preventiva comprensione della tragedia in cui siamo stati coinvolti da piccoli. Questo è il momento di smettere di interpretare la parte di minimizzare le nostre sofferenze e di prenderci un serio impegno con esse e con il bambino che siamo stati”[1]. Tuttavia i sensi di colpa  ostacolano verso questa consapevolezza, anche se a ben guardare essi possono essere considerati come una ulteriore prova di quanto sia stato difficile ottenere l’affetto cui si avrebbe avuto diritto in modo libero, non invece condizionato di continuo dal doversi migliorare sempre e da non poter sbagliare mai, pena il sentirsi appunto cattivi, colpevoli, sbagliati, inadeguati.

“La persona divenuta adulta do­vrebbe far crescere in se l’empatia per la bambina di cui nessuno ha visto la sofferenza poiché la piccola è stata usata nell’interesse dei genitori; in­teresse che, essendo lei tanto dotata, era perfettamente in grado di soddi­sfare. Se ora è giunta al punto di percepire quella sofferenza e di offrire compagnia alla bambina che è in lei, non dovrebbe più soppesare i mo­menti cattivi contrapponendoli a quelli buoni, poiché in tal modo ricadrebbe nel ruolo infantile di bambina che vuole appagare i desideri dei genitori: amarli, perdonarli, ricordare i momenti belli, ecc. Da piccola ha continuamente cercato di farlo, con la speranza di capire le contraddizioni dei loro gesti e messaggi, trovandosi totalmente in loro balia. Ma quel «lavoro» interiore ha accresciuto ancora di più il suo disorientamento. Poiché le era impossibile capire che la madre si era barricata in un bunker interiore che la teneva al riparo dai propri sentimenti, e pertanto non aveva ascolto per i bisogni della figlia. Ora la donna adulta, che lo ha capito, non deve perpetuare lo sforzo disperato della bambina, non deve sforzar­si di giudicare oggettivamente, di contrapporre il buono al cattivo, bensì deve agire ascoltando i propri sentimenti, che sono sempre soggettivi, come tutto ciò che pertiene alle emozioni: che cosa mi ha tormentato quando ero piccola? Quali sentimenti non mi erano permessi? Non si tratta di giudicare sommariamente i genitori, bensì di riscopri­re la posizione della bambina muta e sofferente e di rinunciare a un legame che definisco distruttivo e nel quale, come ho gia detto, si mescolano gratitudine, compassione, negazione, nostalgia, idealizzazione e numerose aspettative che rimangono, e devono rimanere, sempre insoddisfatte. In tal modo creiamo al nostro interno la persona capace di appagare i nostri bisogni, quelli stessi che chiedono di essere sod­disfatti da quando siamo nati, se non addirittura da prima. Solo così saremo finalmente in grado di offrire a noi stessi la considerazione, il rispetto, la comprensione delle nostre emozioni, l’indispensabile protezione e l’amore incondizionato che per varie ragioni ci erano stati negati[2].

[1] www.nontoglietemiilsorriso.org/drupal/articoli-miller

[2] Miller A., 2005, La rivolta del corpo. Come superare i danni di un’educazione violenta, Raffaello Cortina Editore, pp. 103-104