Mag-Ago 2011 — 3Dimensioni

PSICOLOGIA della RELIGIONE:
rappresentazioni oggettuali di Dio
liberanti od opprimenti?

Rivista 3 DIMENSIONI (2011), a.VIII/n.2, Ed. Ancòra, pp.163-175
http://www.isfo.it/files/File/2011/Puricelli11.pdf

Dio o super dio? Vere e false rappresentazioni di Dio

Marco Puricelli psicologo, Gallarate (VA)

Il concetto di ‹‹rappresentazione oggettuale di Dio››, introdotto ed elaborato dalla psicoanalista A.M. Rizzuto1, dà un fondamentale contributo alla comprensione della genesi e dello sviluppo delle prime immagini inconsce del ‹‹Dio vivente›› nel bambino, che determinano in modo significativo la qualità del vissuto religioso nell’individuo, a partire dai primi anni di vita e fino all’età adulta.

Dopo aver ripercorso alcuni importanti aspetti di tale concetto, vorrei successivamente suggerire qualche spunto di riflessione circa la natura e la correzione di una immagine interiore di Dio eccessivamente severa e punitiva.

 

Rappresentarsi Dio: rischio e guadagno

 

Nessuno ha visto Dio faccia a faccia. Per «vederlo» dobbiamo ricorrere a modalità indirette. Una di queste è la rappresentazione oggettuale di Dio che ciascuno di noi si fa dentro di sé. Si potrebbe dire, senza dubbio, che ciò che non può essere rappresentato non esiste per la psiche.

La rappresentazione non è un concetto, un’idea di Dio, ma una immagine interiore organizzata come processi di memoria. Infatti, tutti sappiamo il ruolo rilevante che in tale rappresentazione hanno avuto le esperienze affettive del bambino con i propri genitori.

Tale concetto psicoanalitico si distingue nettamente dall’ ″idea di Dio″ o da qualche nozione o simbolo. È formata a partire dalle immagini dei genitori e di sé, e strutturata mediante un complesso di memorie composite che sono viscerali, propriocettive, simboliche, sensomotorie e solo in seguito concettuali e intellettive». Il momento in cui la rappresentazione di Dio si forma è collocato dall’autrice intorno ai tre anni, quando il bambino, spinto da una nuova capacità di concepire la causalità, comincia a chiedersi il perché delle cose e proietta su Dio, di cui sente parlare dai genitori, le immagini parentali idealizzate e la sua stessa grandiosità infantile. «La rappresentazione di Dio comprende quindi una dimensione inconscia…nel senso che i suoi ″materiali″ di costruzione sono le rappresentazioni dei genitori e del sé che, com’è noto, possiedono una dimensione inconscia e legata alle prime esperienze di vita. Tale rappresentazione di Dio, una volta formata completamente, non più tardi del periodo edipico, interagisce nello psichismo individuale per tutta la vita.2

Considerando la precocità della comparsa e dello sviluppo di tale rappresentazione, non è difficile ipotizzare una situazione ad ‹‹alto rischio e alto guadagno›› per i bambini, quando adulti significativi (come i genitori o gli educatori) parlano a loro di Dio: se il rapporto con questi adulti è sufficientemente buono, anche la rappresentazione di Dio ne risentirà da subito in modo positivo, trovandosi fin dall’inizio in sintonia con l’immagine del Dio misericordioso proposta dalla rivelazione biblica e dalla catechesi.

Altrimenti, il rischio è di partire svantaggiati non soltanto sul piano psicologico ma anche spirituale: interazioni primarie inadeguate influiscono non soltanto sulla nascita di rappresentazioni del mondo e di Sé poco adattive, ma anche sulla nascita di una rappresentazione oggettuale di Dio più o meno dissonante e deformata, in ogni caso variamente intrisa di connotazioni negative. Quando è così siamo in una posizione assai poco invidiabile. Ristrutturare una casa vecchia (rappresentazione sfavorevole) al fine di renderla più confortevole, accogliente e ‹‹a norma›› (rappresentazione ‹‹raddrizzata››) risulterà, in seguito, più difficile e complicato che costruire – magari molto più tardi – un edificio completamente nuovo (assenza iniziale di rappresentazione). Diventa più arduo seguire l’invito delle Scritture a non adorare falsi ‹‹idoli››, anche se l’idolo di cui stiamo parlando è sicuramente molto particolare, dal momento che dipende dal grado di bontà dell’eredità affettiva ricevuta dal bambino, di cui egli non si può certo dire responsabile. Comunque sia, la rappresentazione iniziale di Dio conterrà sempre una miscela di aspetti positivi e negativi. D’altra parte non si può nascondere il fatto che nei casi in cui la deformazione sia maggiore, dietro al danno psicologico si cela subdolamente una sorta di ‹‹beffa spirituale››.

A tal proposito così commenta la Rizzuto: ‹‹Mi rendo conto, rivedendo le mie scoperte, che questo studio aggiunge un carico al compito già complesso di essere un genitore, un insegnante, o un sacerdote, perché, come dice Erikson, non possiamo prendere in giro i bambini. Se il Dio che presentiamo è troppo discordante rispetto alle esperienza che offriamo loro, le nostre parole li confonderanno, li spaventeranno o addirittura li spingeranno a chiudere le orecchie. Il compito di insegnare la religione ai bambini richiede che un’attenzione particolarmente sensibile sia dedicata all’esperienza del bambino ed anche a ciò che gli viene presentato (p. 325)››3. 106 è la pagina dell’ articolo di 3D, 325 la pagina del libro della Rizzuto citata nell’articolo.


1 A.M .Rizzuto, La nascita del Dio vivente; studio psicoanalitico, Borla, Roma1994; il volume è stato presentato in ‹‹Tredimensioni», I (2004) pp. 99-108. Cf anche, A.M. Rizzuto, Processi psicodinamici nella vita religiosa e spirituale, in «Tredimensioni», III (2006), pp. 10-30.
2 Ibid., La nascita del Dio vivente, o.cit., p. 100.
3 Ibid., La nascita del Dio vivente, o.cit., p. 106.

 

Il super dio

 

Così potremmo chiamare quella rappresentazione di Dio che lo ritrae come un Dio esigente e inflessibile a cui doversi sottomettere ma con il desiderio inconfessato di volersene disfare, se non si fosse condizionati dalla sua esistenza e potenza.

 

Ci sono persone che nella loro infanzia hanno conosciuto e interiorizzato Dio come se fosse un contabile puntiglioso o un giudice cattivo. Da adulte, queste persone, per timore di essere punite, non hanno più il coraggio di confrontarsi con questo Dio ma neanche di cacciarlo.
Da un Dio così invasivo non possono scappare. E così, rimuovono le immagini negative di Dio e le sostituiscono con altre che sono esattamente l’opposto ma che rimangono qualcosa di non sentito, appiccicaticcio. Con parole proclamano Dio come pastore buono e padre amoroso, ma nel loro intimo serpeggia la sensazione non esplicitata che «questo vale per gli altri, non per me»: dall’amore e dalla bontà di Dio escludono inconsapevolmente se stessi perché nel loro inconscio regna l’altra rappresentazione di un Dio minaccioso4.
Esternamente sono persone molto ligie e controllate ma internamente a disagio con il loro sentire affettivo, vissuto come il lato debole se non addirittura malizioso di sé.
Tendono a filtrare il messaggio evangelico secondo le categorie del dovere e del sacrificio a scapito degli aspetti piacevoli e liberatori. Condizionati dalla loro rigidità la seguono, ma ne avvertono il peso e nei confronti del loro Dio altrettanto pretenzioso ed esigente, l’obbligo di obbedire si accompagna ad un inammissibile rancore nei suoi confronti.

Se è vero che i materiali con cui noi costruiamo le nostre rappresentazioni di Dio comprendono anche quanto abbiamo ricevuto dai nostri genitori o da altre figure significative, potremmo ipotizzare che nell’inconscio di questi adulti, a fianco del super dio si trova anche un super io altrettanto esigente e punitivo. L’ipotesi è da farsi con la dovuta cautela perché le due rappresentazioni (di sé e di Dio) non possono dirsi equivalenti: come anche evidenzia la Rizzuto, le rappresentazioni di Dio hanno delle caratteristiche proprie, anche se è vero che la trasformazione dell’una in genere influenza anche l’altra, tramite una sorta di reciproca legittimazione. Tuttavia, l’ipotesi, è utile perché ci offre tre piste che si dimostrano utili per purificare una rappresentazione di Dio così pesante e punitiva, la cui efficacia – comunque – dipende in gran parte dalla qualità della relazione che si instaura con il formatore che le propone, piuttosto che da una conoscenza intellettuale.


4 Cf K. Frielingsdorf, Ma Dio non è così, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, p. 5ss.

 

Chiarire la nozione di peccato.

 

Un super io eccessivamente rigido impedisce alla persona la legittimazione sia dei sentimenti negativi, come odio e rabbia, che delle fantasie aggressive: la loro presenza non é infatti ritenuta sufficientemente accettabile dalla coscienza rigida. Il fatto stesso di sentire certe cose lo avverte problematico. Il super io fa poca differenza tra un pensiero rabbioso e dare un pugno sul naso a qualcuno. Non capisce che gli impulsi, i sentimenti o i pensieri aggressivi non sono equivalenti alle azioni: il semplice sentire è già sottomesso agli stessi principi morali dei comportamenti distruttivi.

Su questo terreno, il rischio è che la componente religiosa venga ad inibire e a schiacciare ancor di più la persona sotto il peso della colpa, con il risultato di sentirsi condannata a doppio titolo: dal suo sentire e dal super dio.

Stiamo alludendo a quella educazione al senso del peccato che troppo sbrigativamente finisce con il relegarlo a una sorta di precipitato di caratteristiche sociopatiche (sintomo di disonestà, impulsività, irresponsabilità, inosservanza delle leggi, incapacità di provare sufficiente rimorso e così via); l’interiorizzazione di tale concezione finisce inevitabilmente con il provocare una confusione, un’inibizione e una sofferenza ancora maggiori, perché gli scrupoli morali sono tali da far ritenere di aver compiuto azioni peccaminose anche quando, nella migliore delle ipotesi, ci si è soltanto concessi di fantasticare aggressioni ovviamente mai compiute o di aver provato sentimenti negativi.

Il paradosso consiste nel fatto che questa concezione di peccato, alimentata dai toni accusatori di talune omelie, finisce con l’attecchire (soltanto) in chi ha proprio il problema opposto, quello cioè di provare troppo rimorso, di osservare le leggi con eccesso di scrupoli, di essere eccessivamente coscienzioso…

‹‹Nel corso di un ritiro spirituale presi chiaramente coscienza che i miei sentimenti negativi non dovevano essere aboliti di primo acchito – ammesso che ciò fosse possibile! – ma dovevano essere accolti come il luogo stesso in cui Dio mi incontrava. Provavo allora una paura e una violenta collera nei confronti di una persona con la quale abitavo. Pensavo – e facevo a tal fine sforzi faticosi e inutili – che il mio atteggiamento dovesse essere corretto prima che io potessi udire ciò che Dio voleva dirmi per altra via, poiché, malgrado tutto, vivere nella paura e nell’odio è riprovevole e può fare ostacolo al riconoscimento di Dio. Ma il modo in cui la mia guida spirituale accolse quel che le dicevo di questa paura e di questa collera irriducibili mi sconcertò […]. Fui sconvolta dal pensiero e dalla scoperta che non ero condannata in anticipo per quello che sentivo […]. Troppo spesso abbiamo un tale diffidenza verso il negativo che lo eliminiamo anche prima di riconoscerlo, e con ciò rendiamo vane la salvezza e la croce di Cristo. Molte persone, anche prima di aver provato sentimenti di gelosia, di odio, di disperazione, li condannano e li reprimono in nome della loro posizione di cristiani, come se non bisognasse sentire mai, o mai più, tali cose››5.

È importante tenere presente, e diventa fondamentale per la categoria di credenti di cui ci stiamo occupando, che non si è mai colpevoli di ciò che si sente e che il peccato non si situa mai nel dominio delle emozioni, ma soltanto (eventualmente) in quello dell’azione e dell’intenzione. Inoltre è molto utile riportare il peccato alla sua dimensione più essenziale di dolore per aver incrinato la relazione con Dio che, da parte sua, non ripaga con la stessa medaglia, in modo da tener distinto il giudizio negativo su di sé da quello –diverso – di Dio.

Alcuni brani da consigliare.

* Per riportare il peccato alla sua dimensione più essenziale di incredulità nei confronti della persona di Gesù e del suo «manifesto programmatico»: ‹‹È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore […] E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me›› (Gv 16, 7-9); ‹‹Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore›› (Lc 4, 18-19).

* Per vivere il peccato come ciò che offusca la vista, strettamente legato al tema della menzogna e della falsità6: ‹‹…[il diavolo] è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me invece, voi non credete, perché dico la verità›› (Gv, 8 44-45).

* Per vivere il peccato alla pari della tentazione ‹‹originaria›› di dubitare del Dio della Vita: in Genesi 3,1-5 il serpente instilla il dubbio che Dio non voglia che la sua creatura gusti la vita con gioia e libertà. ‹‹Un amalgama si è prodotto allora, in origine, nel più profondo dell’uomo, tra proibizione ed esistenza. La proibizione divina era limite perché all’interno del limite l’uomo dispieghi la pienezza del suo essere-uomo e non sia abbandonato alla dissoluzione nell’informale e nell’illimitato. Questa proibizione, Satana l’ha deviata dal suo senso vitale: la proibizione in favore della vita, per una vita piena, è divenuta, nell’interpretazione di Satana, proibizione di vita…Quando attualmente siamo gravati da un senso di colpa esistenziale, quando non osiamo esistere come soggetto, noi continuiamo a vivere di questa prima menzogna, in cui proibizione ed esistenza sono state abusivamente amalgamate››7; nell’Apocalisse viene prefigurata la liberazione dal peso schiacciante della colpa, ad opera del Dio della Vita: ‹‹Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’Accusatore, colui che accusa i nostri fratelli, davanti al nostro Dio giorno e notte›› (Ap, 12,10). {Queste ultima citazione, a me particolarmente cara, la metterei in corsivo}


5 N. Meguerditchian, Psicologia e discernimento spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, pp. 44-45.
6 E. Conti, E. Parolari, D. D’Alessio, Condannati a mentire? Dialoghi sulla menzogna, a cura del Seminario Arcivescovile di Milano, comunità propedeutica e del biennio teologico, 2008 (dispense per gli studenti).
7 N. Meguerditchian, Psicologia e discernimento spirituale, cit., pp. 22-23.

 

Le deformazioni della Parola.

Le rappresentazioni interiori non sono la fotografia in noi di Dio ma una rielaborazione soggettiva con elementi che non provengono solo da Lui, {invece di «quell’oggetto» è più semplice?}ma anche dal nostro previo mondo interiore. È dunque da mettere in conto che le nostre rappresentazioni di Dio ci fanno interpretare la Scrittura distorcendone –inevitabilmente e almeno in parte – il reale significato. Non è un rischio di poco conto, dal momento che ‹‹Gesù stesso è stato tentato mediante una manipolazione e una perversione della Parola presentata da Satana (Lc 4,1-13) e rimprovererà vigorosamente ai farisei il loro comportamento su questo piano››8.

Va sottolineato che queste distorsioni della Parola non sono dovute a un approccio superficiale, o a una mancanza di buona volontà da parte di chi si propone – sia pure lodevolmente – di mettersi in Suo ascolto, magari applicando una buona ‹‹lectio››. Dipendono piuttosto da filtri interni, dovuti a false rappresentazioni ormai interiorizzate, che inconsciamente portano ad amplificare alcuni aspetti delle Scritture e a sminuirne altri, impedendo di fatto alla persona di coglierne il significato più profondo, rivolto soltanto a lei in quel particolare momento della sua vita: invece di essere feconda, una Parola male interpretata rischia di paralizzarla ancora di più, specialmente se la persona viene lasciata sola in quest’impresa.

Tante frasi del Vangelo rischiano purtroppo di ‹‹nuocere gravemente alla salute››, se interpretate senza la consapevolezza delle distorsioni procurate dal super dio. Ad esempio si potrebbe essere portati ad enfatizzare e ad interpretare in modo fuorviante gli inviti a non adirarsi, a porgere l’altra guancia, a perdonare i nemici e a portare la croce…, al punto da ritenere che il vero cristiano debba essere talmente compiacente ed anassertivo da dimenticare se stesso, ma nel senso di privarsi di una propria personalità anziché farne dono.

Il rischio è di vivere la vita cristiana come chiamata nel senso di inseguire un dio che non c’è e un’immagine altrettanto surreale di noi stessi. Diamo la vita per soddisfare un dio immaginario (concepito da noi) e un’immagine ideale di noi stessi e quando ci sono segnali del travisamento anziché correggere questa chiamata fatta di immaginario usiamo largamente a suo sostegno tutti i testi biblici che parlano di sacrificio, di rinuncia e di croce9.

Nello specifico delle persone affette da super dio e super io, la distorsione va a toccare particolarmente l’invito a essere ‹‹perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli›› (Mt 5, 48). Da loro l’invito viene inconsciamente equiparato ad un contratto retributivo. Sono infatti persone che nutrono il segreto convincimento che se saranno in grado di raggiungere uno stato di perfezione, allora potranno finalmente ricevere l’approvazione e la stima che non hanno mai avuto. Da bambini si sono sentiti dire che non si impegnavano abbastanza e da adulti sentono cronicamente di non fare abbastanza. Di qui la convinzione che l’amore e l’approvazione possono essere ottenuti solo attraverso sforzi eroici.10

In questa prospettiva si assiste a un rovesciamento radicale, persino paradossale: proprio chi deve essere perfetto per dimostrare la propria amabilità e per timore di un rimprovero o di una punizione, testimonia a sé stesso di non essere stato ancora raggiunto dall’Amore perfetto di Dio, poiché proprio ‹‹per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione: […] Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore›› (1Gv 4,17a-18).


8 S. Pacot, L’evangelizzazione del profondo, Queriniana, Brescia 2007, pp. 49-50.
9 N. Meguerditchian, Psicologia e discernimento spirituale, cit., pp. 25.
10 Interessante la Dichiarazione Congiunta sulla dottrina della giustificazione (del 31 Ottobre 1999), a proposito (1) degli sforzi eroici che si devono fare sul lavoro o magari nell’ambito di un eccessivo attivismo pastorale, le chiese luterane e la chiesa cattolica ‹‹insieme confessano che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere›› (n. 15). E ancora:‹‹Quando i cattolici affermano che l’uomo, predisponendosi alla giustificazione e alla sua accettazione, ″coopera″ con il suo assenso all’azione giustificante di Dio, essi considerano tale personale assenso non come un’azione derivante dalle forze proprie dell’uomo, ma come un effetto della grazia›› (n. 20); ‹‹Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere (Ef 2,8)›› (n 10); « misericordia [di Dio] che noi possiamo ricevere soltanto come dono nella fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo» (n.17). (2) A proposito del rapporto tra giustificazione e liberazione dal dovere e dall’accusa: ‹‹La giustificazione è perdono dei peccati (Rm 3, 23-25 ; At 13, 39 ; Lc 18, 14) e […] liberazione dalla maledizione della Legge (Gal 3, 10-14) (n.11)››; ‹‹[… ] La Legge, nella sua accezione teologica, è esigenza e accusa.›› (n. 32). (3) A proposito della nozione di peccato: «[il cristiano si riconosce] peccatore, poiché in lui abita ancora il peccato (1Gv 1, 8; Rm 7, 17.20); infatti, continua a riporre la sua fiducia in false divinità e non ama Dio con quell’amore indiviso che Dio, in quanto suo creatore, esige da lui (Dt 6, 5; Mt 22, 36-40 e parr.). Questa opposizione a Dio è in quanto tale veramente peccato» (n.31)

 

L’aggressività verso Dio e il super dio.

 

Le nostre rappresentazioni interiori di Dio contengono anche dei vissuti aggressivi. Può sembrare strano ma non lo è più di tanto, se pensiamo che Dio, nonostante le rappresentazioni distorte che di lui ci possiamo fare, rimane davvero sempre presente nel nostro cuore, sempre a disposizione e accogliente. Proprio perché è un Dio che persiste e resiste ai nostri «attacchi», sulla sua rappresentazione interiore possiamo scaricare tutti i nostri sentimenti senza bisogno di selezionarli e vedere minacciata la sua permanenza. In psicologia diremmo che Dio è un «oggetto transizionale» molto particolare. È proprio la sua caratteristica di essere sempre a disposizione per ricevere amore ma anche gelido disprezzo, onore ma anche maltrattamenti, riconoscenza ma anche risentimento che conferisce all’oggetto Dio il suo valore psichico e un posto particolare in noi.

Nel caso in cui il modello del super dio sia prevalente, proprio per il suo intreccio con il super io, l’emozione fondamentale scaricata sul super dio diventa la rabbia. Il Dio vivente in noi diventa fonte di protesta per un duplice motivo: a lui attribuiamo le ingiunzioni punitive che in realtà derivano dal nostro super io e a lui addossiamo la colpa di ritrovarci con un super io rigido. Insomma, l’immagine di Dio non soltanto viene indebitamente inquinata da assurde istanze di costrizione e di colpa, ma finisce anche con il legittimarle ulteriormente. Dietro al Dio che si è costretti ad obbedire c’è la rabbia per Dio.

È importante non spaventarsi dell’intensità di queste emozioni, perché si tratta di un’aggressività liberatoria e positiva: ammetterle diventa la prova e la conseguenza di una presa di coscienza profonda di quanto dannoso sia il super io.

L’espressione dell’aggressività assume dunque una duplice forma: la prima riguarda la ribellione nei confronti di una sofferenza che si intuisce finalmente non provenire più dal Dio della Vita, diventando segno di una comunicazione con Lui che si fa più libera e schietta: non Gli si deve più nascondere il proprio dolore, evitando di fare almeno con Lui la figura dei ‹‹bravi cristiani›› sotto il peso di una croce troppo pesante, subita e non richiesta. Può anche accadere che si osi finalmente esprimere, in modo accorato e più diretto, emozioni, fantasie e pensieri prima estranei alla preghiera.

La seconda consiste nell’accusa e nel risentimento diretti verso «dio», come conseguenza dell’estrema difficoltà di veicolare la rabbia verso altri «bersagli», facendo riferimento ad esempio al super dio, a Satana o all’Accusatore, termini che sarebbero ben più Giusti non soltanto dal punto di vista linguistico ma anche, assai più profondamente, ontologico; tuttavia risuonerebbero come impersonali, del tutto inefficaci per esprimere l’intensità delle emozioni in gioco e per smobilitare le energie necessarie per riorganizzare e purificare finalmente le rappresentazioni interne (questo vale anche quando la persona è cosciente di tale confusione). Cerchiamo di comprenderne il motivo: non va dimenticato che (anche per l’influsso del super io) il super dio è stato, per lunghi decenni, chiamato Dio, confondendoli reciprocamente, identificando con lo stesso termine le due realtà ontologicamente più opposte fra loro: il Difensore e l’Accusatore, il Paraclito e il Tentatore. Tale equivoco non è appunto solo un problema di confusione linguistica, ma, molto più profondamente, è radicato a livello neurofisiologico, persino biochimico delle sinapsi: se i circuiti neurali hanno ormai appreso da decenni un’associazione erronea, attribuendo all’etichetta ‹‹dio›› il suo contrario, l’utilizzo di altri termini non farebbe altro che «neutralizzare» la rabbia, soffocandola ed inibendola ulteriormente. E’ molto importante comprendere questa trappola «diabolica», legata per così dire all’ «hardware» della mente, per non alimentare il circolo vizioso dei sensi di colpa. Del resto la controprova è che nessuno si arrabbierebbe contro Qualcuno da cui si sentisse pienamente amato!

Credo sia questo il senso delle parole di Gesù, riguardante il fatto che noi non possiamo cacciare Belzebul in nome di Belzebul e che l’unica bestemmia che non sarà perdonata non è quella verso Dio ma quella nei confronti dello Spirito, che consiste nel rinunciare a credere che sia il Paraclito cioè l’assistente, il garante, l’avvocato (Mt 12,25-31).

Il compito è arduo. L’evoluzione spirituale consiste nello scindere l’amalgama originario: da una parte ricondurre le istanze di consolazione alla loro fonte primaria e inesauribile che è la bontà di Dio Padre e non la nostra dettata dal super io, dall’altra parte riconoscere come derivanti dal Padre della Menzogna le pretese di accusa e persecuzione prima attribuite al super dio.

La perversione del problema riguarda dunque l’unificazione originaria dei termini, che viola il principio di contraddizione, come accade appunto nel dominio dell’inconscio: se per quarant’anni uno sconosciuto (per la coscienza) di nome Tizio (il super dio) è stato chiamato con il nome di caio (miscela di super dio + super io + Dio vero), una persona, al di là delle considerazioni razionali tese a giustificarlo, sentita in fondo come parecchio oppressiva, non basterà certo che al quarantunesimo anno venga scoperto che in realtà l’intero carico di ingiunzioni sopportate nel nome di caio per tutto questo tempo era in realtà proveniente da questo strano Tizio per risolvere la questione! Come sarà possibile arrabbiarsi e sfogarsi con un tale Tizio pressoché sconosciuto, senza prendersela con caio (seconda forma dell’aggressività)? E come si potrà scoprire facilmente che esiste un altro Caio (il Dio vero), omonimo appunto di caio, al quale potersi affidare veramente, non più conosciuto «per sentito dire», senza il timore che sia di nuovo caio sotto mentite spoglie e con il quale sentirsi finalmente liberi di protestare per le ingiustizie subite (prima forma)?

Come è nel libro di Giobbe e in molti salmi, la protesta verso Dio e fatta davanti a Dio è un segno «alla rovescia» di un legame più autentico con Lui11. Questo grido può essere l’estrema via mediante la quale Dio può continuare a vivere in noi, da attraversare senza scorciatoie, impiegandoci il tempo dovuto, entrando in contatto fino in fondo con la propria rabbia, per ricevere finalmente il dono della scoperta della sua Bontà.


Addirittura ‹‹la bestemmia forse è un primo modo, molto imperfetto o, piuttosto, a rovescio, di dire qualcosa che si avvicini un poco alla verità su Dio […] Tutto questo non è grave perché anche nelle nostre bestemmie più amare continuiamo a gridare la nostra fede. Dietro ogni bestemmia si nasconde il vero volto di Dio, anche se viene presentato a rovescio››: A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqajon, Magnano 1990, p. 146.

 

Una riflessione finale.

 

Il tema di come ci rappresentiamo Dio e i tre punti cruciali finora esposti toccano un terreno di vita che si pone al limite tra la dimensione psicologica e spirituale. È importante ricordare che quando la Rizzuto propone uno studio psicoanalitico sulla nascita del Dio Vivente, introducendo il concetto di «rappresentazione oggettuale» di Dio, non intende certamente ridurre la teologia alla psicologia, sminuendo l’ambito spirituale; al contrario, dimostra che fare esperienza di Dio non riguarda in primo luogo processi di carattere razionale, come tra l’altro si è tentato a lungo invano di fare, ma si riferisce a un cambiamento molto più profondo, che conosce altre leggi, quelle del cuore, che la ragione non conosce12 e che la psicologia può aiutare a comprendere meglio.

I terapeuti, del resto, sanno bene quanto sia difficile modificare nel corso di un trattamento il mondo oggettuale interno, rendendolo più armonioso e flessibile. Quando però una persona scopre gradualmente dentro di sé l’operare di un Oggetto-Buono, una presenza che gli dà animo, fiducia e lo sostiene, liberandola da ingiuste colpevolizzazioni e paralizzanti accuse, trasmettendole un senso di gioia e libertà sconosciute, bloccate da aspettative e modelli disarmonici costruiti nell’arco di un’intera vita, ecco allora che si rinnova davvero l’Incarnazione, che la religione non è più teoria ma diventa fatto, relazione, accadimento che trasmette Vita. Questa è la dimostrazione più efficace dell’esistenza di Dio e dell’azione dello Spirito, perché riguarda la trasformazione della persona anche al di là dei suoi sforzi e meriti. Anzi, se teniamo conto della forza della «coazione a ripetere» e dell’‹‹inerzia›› del sistema psichico, una tale trasformazione è veramente segno dell’opera di un Altro, spesso incarnata nella relazione affettiva con un’altra persona, come ad esempio il formatore, magari incontrato ‹‹casualmente».


12 ‹‹Il cuore ha il suo ordine; l’intelletto ha il proprio, che procede per principi e dimostrazioni, mente il cuore ne ha un altro. Non si dimostra che si dev’essere amati, esponendo con ordine le cause dell’amore: sarebbe ridicolo […] n. 149 » B. Pascal, Pensieri, Einaudi Torino, p. 59.